Navigando l’Italia, Una storia per Curiosi.
Parte 1

“Perché lo avete fatto?”
“Quale è stato il momento più bello?”
“Non avete mai pensato di abbandonare tutto?”
“Quando avete deciso di farlo?”

Sono queste le domande tipiche che ci vengono spesso fatte dai curiosi occasionali. Dietro queste domande si possono celare oceani di parole e pensieri, nella loro semplicità sono molto profonde e richiedono il giusto tempo per dare una risposta completa. Il curioso occasionale si aspetta invece una risposta diversa, talmente rapida e concisa da poterla riporre nel cassetto delle cose di cui ha sentito parlare, per l’appunto una risposta occasionale.
Quello che qui segue non è un racconto per curiosi occasionali ma una storia per chi sa farsi coinvolgere, una storia nella quale cercheremo di usare il giusto numero di parole per rispondere a queste domande:
No Perditempo.

 

Hei! Fermi tutti, ma così non si capisce di cosa stiamo parlando. Cerchiamo di dare una struttura al tutto partendo dall’ultima domanda: “Quando avete deciso di farlo?”
Due anni fa Francesco, il maggiore di noi due fratelli, mi propone quasi per scherzo di prendere un HobieCat e di fare il giro d’Italia da Ventimiglia a Trieste. La proposta ha trovato terreno fertile in due teste desiderose di avventura ma le complicanze pratiche ci hanno costretto ad abbandonare l’idea più volte. Francesco, che aveva trovato uno sponsor, ha comunque compiuto la circumnavigazione della Sardegna in solitario, esperienza che ci è stata di grande aiuto da mettere nel bagaglio con cui partivamo.
Dopo le lunghe attese e i tira e molla Giacomo decide di andare a prendere la barca che Francesco aveva trovato disponibile a Bolzano, un HobieCat 16 giallo e vecchio di trent’anni che ci regala Matteo, il suo vecchio proprietario.

Oramai il dado è tratto, la barca è stata portata sul lago di Como al Centro Vela Dervio e bisogna preparala per il nostro sogno, il Giro d’Italia. Voi lettori avete un vantaggio incredibile nel vivere gli avvenimenti tramite il racconto poiché potete viaggiare nel tempo attraverso le parole ed è così che i due mesi di preparativi e test forsennati passano in poche righe. Ci tengo comunque a spendere due parole per ricordare che in un viaggio è presente sempre questa fase faticosa, la preparazione, che ne pregiudica la buona riuscita.
La barca andava innanzitutto testata, è stata ferma per vent’anni in un cantiere di cementi, sotto tubi metallici e sole. Dopo qualche riparazione sommaria e sotto i consigli dei ragazzi del CVD procedevamo al test galleggiamento, test solidità delle giunzioni, resistenza vele, resistenza trampolino eccetera. Il passo successivo era attrezzare la barca per le nostre intenzioni, navigare con solo vento, essere autonomi nel cibo, dormire sotto la barca con un telo. Dopo aver attrezzato la barca con le dotazioni di sicurezza necessarie alla navigazione in mare aperto, abbiamo fissato sul trampolino le borse con dentro appena quattro mutande, due magliette, due sacchi a pelo il fornelletto e il cibo. La barca è decisamente appesantita ma naviga bene.
La nostra routine prevedeva partenza all’alba dopo una colazione di biscotti e caffè liofilizzato. Navigazione a vela fino a che il vento ce lo consentiva, una barretta energetica da 50g alle 14:30 e appena tramontava il sole ci si fermava a terra. Una volta in spiaggia si cucinava sul fornelletto ad alcol e si preparava il telo impermeabile sotto la barca dove passare la notte. Spesso lasciavamo i cellulari in carica nei baretti per poterli usare come gps per la navigazione e riempivamo le bottiglie con acqua. Per sicurezza, sia per l’acqua che per l’elettricità grazie ad un power bank avevamo sempre 2/3 giorni di backup.
Dopo qualche giorno di lavori per finalizzare la barca a Ventimiglia, Finalmente si parte! 

Eccoci, Francesco e Giacomo a fianco della barca battezzata Banana Joe, pieni di energie e pronti ad affrontare quella che è la nostra più grande avventura. Eravamo senz’altro entusiasti che quel fatidico giorno fosse arrivato. Lasciare la terra ferma, con tutto il necessario per due mesi appresso, ci faceva rigirare lo stomaco ma senz’altro ci sentivamo i nuovi pionieri del mondo.
Con questo tripudio di emozioni in corpo, a poche miglia nautiche dalla nostra partenza, veniamo raggiunti da una piccola vela blu e arancione che ci si avvicina come per ispezionarci. La curiosità è reciproca e una volta avvicinati abbastanza per potersi sentire ci presentiamo:

– “ciao, stiamo facendo il giro d’Italia su questa barca, siamo partiti oggi!”

Ma la sua risposta ci lascia di stucco:

– “ciao, bravi ragazzi, io sto facendo il giro d’Europa con il windsurf, sono partito un anno fa.”

Quella notte li abbiamo avuto la fortuna di fermarci nella sua stessa spiaggetta e Jonathan ci ha raccontato di quando in Norvegia dormiva nei fiordi, ogni due ore doveva svegliarsi per scuotere la neve dalla vela che lo proteggeva, poi lo stretto della manica, i cavalloni oceanici in Portogallo… L’incontro con Jonathan ci ha portato spontaneamente a confrontarci, lasciandoci un pizzico di amarezza per quanto avesse ridimensionato la nostra impresa ma portandoci molti insegnamenti molto più importanti. Quello che abbiamo capito è che non si potrà mai ragionare in termini assoluti quando si parla di esperienze personali, quello che stavamo vivendo era importante tararlo sulla nostra vita, per noi è stata la più grande avventura e ci ha regalato tanto.
Con il pazzo e simpatico windsurfista ci siamo incrociati per mare e per spiagge durante i quattro giorni successivi, ci eravamo sfidati a chi arrivasse prima allo stretto di Messina. Dopo qualche giorno, grazie al fatto che le nostre giornate di navigazione erano più lunghe, lo abbiamo distaccato.

Purtroppo, non possiamo affrontare tutto il nostro periplo attraverso gli aneddoti, sono tanti per davvero. La costa italiana è lunga e ci ha riservato tante piccole avventure e altrettante più grandi, potremmo star qui a raccontarvi circa per 54 giorni. Quello che cercheremo di fare sarà piuttosto di viaggiare sulle emozioni e sensazioni che ci hanno animato nel viaggio, attraverseremo il loro cambiare nel tempo in una storia dove gli aneddoti saranno la cornice di questo quadro.
L’incertezza di arrivare, questa è una costante che ci accompagnerà durante tutto il viaggio. Nei primi giorni di navigazione, in cui il maestrale non riusciva ad entrale nel mar ligure, mantenevamo una media di distanza percorsa sempre troppo bassa e il morale veniva messo alla prova. Questa incertezza sempre viva è stata fonte delle nostre energie e motore delle nostre azioni, fare il Giro d’Italia era il nostro obbiettivo e non completarlo significava aver sbagliato qualcosa in partenza. Fare l’ultima tappa prima di Venezia oppure dover spezzare il viaggio in due estati era una realtà che bisognava imparare ad accettare, ma la difficolta a deglutire questa idea ci ha portato a spingere sempre al massimo.

La Liguria ha espresso al massimo questa sensazione di instabilità. Con la nostra barchetta eravamo catturati nella falce di montagne che soffiavano venti indecisi e leggeri che non ci regalavano nessuna certezza. Ad amplificare questa grande parentesi verde che è stata la Liguria ci si mette anche la nostra necessità di assestarsi al ritmo e metodi del viaggio. Ogni cosa che facevamo richiedeva lunghi tempi di preparazione, dovevamo provare tutto per la prima volta ed eseguire migliorie, ma piano piano gli ingranaggi hanno cominciato a girare sempre più spontaneamente.

Il nostro avanzare diventa fin da subito un viaggio che parla di persone, di come cambiano lungo la costa. Cambiano anche i dialetti, che si mescolano lì dove le diverse regioni si toccano, creando una unica sfumatura di italiano che con morbidezza si adatta alla personalità di ogni luogo. Ogni nostro arrivo in spiaggia richiamava l’attenzione dei presenti, in particolare degli addetti alla sicurezza dei bagni privati. Immaginatevi la scena, verso le 19.00 sdraiati sul vostro telo da mare vedete apparire dall’orizzonte una simpatica vela colorata, dopo qualche minuto Banana Joe in tutto il suo splendore arcobaleno arriva davanti alla spiaggia con a bordo noi due in muta lunga e salvagente. Con un salto fermiamo la barca sul bagno asciuga e, usando le ultime energie, in quattro e quattro otto la barca si ritrova sulla sabbia asciutta con le vele ammainate. Lo spettatore un po’ perplesso ci pone delle lecite domande: da dove veniamo? Dove vogliamo andare? E dove dormiamo questa notte? (domande che assumono un tono quasi esistenziale😊)
Quando raccontavamo la nostra idea di fare il giro d’Italia, con quella stessa barca davanti ai loro occhi, bagnini cambiano atteggiamento e tutti si fanno curiosi e disponibili. La sensazione più diffusa negli occhi di chi abbiamo incontrato è stata quella di stupore, anche se con accezioni diverse piano piano che avanzavamo.
Per il momento la gente ci guardava incredula in quello che gli promettevamo.
In Italia non possiamo parlare di persone senza parlare di cibo, l’espressione artistica più Buona tra tutte. Per “soli scopi di ricerca” ci siamo promessi di mangiare una specialità per ogni regione che toccavamo, ed ecco che con la barca sulla sabbia fine della baia del silenzio ci siamo preparati delle ottime trofie al pesto, carichi di buon umore e felici di spezzare le cene a base di liofilizzati andiamo a dormire.

Il via vero e proprio, superata La Spezia, il maestrale ci spinge veloce lungo le coste selvagge della Toscana. Superiamo distese di sabbia e verdi pinete che sconfinano nel mare, poi lungo la maremma con i venti che spingono da poppa fino a toccare la nuda natura al parco dell’uccellina. È in questo momento che si presenta in maniera evidente l’altro grande protagonista della storia, il paesaggio, la natura. La sensazione di uno strano contrasto è forte, il paesaggio evolve con frenesia all’avanzare nello spazio ma resta immutabile nel tempo. Siamo passati dai promontori verdi della Liguria alle lunghe spiagge bianche della Toscana senza neanche accorgercene. Davanti ai nostri occhi hanno sfilato le particolari coste campane con le maestose pareti della costiera amalfitana, le frastagliate scogliere del Cilento quasi a volere anticipare quelle calabresi che vedono ancora il sole tramontare. Superato lo stretto le colline calabresi dominano il territorio, brulle e prive di alberi e poi su per la Puglia scogliosa, il Salento che non osa alzarsi troppo dal livello del mare per non dare fastidio all’imponente Gargano e così via fino alla fine dello stivale. L’impressione è quella di poter rappresentare tutta la costa su un’unica foto panoramica lunghissima, senza alcuna interruzione.
Fin dalla partenza il nostro obbiettivo era raggiungere Trieste, e la calma ligure ci aveva portato fuori dalla tabella di marcia. Mossi dal desiderio di raggiungere Trieste e arricchiti dalle esperienze guadagnate nei primi giorni che decidiamo di intraprendere una navigazione notturna. La scelta non viene affrettata, attendiamo le condizioni migliori di luna e vento, non possiamo sottovalutare il fattore sicurezza. È importante ricordarci che nonostante il divertimento non stiamo giocando, la navigazione rimane comunque difficile. Lasciamo gli ormeggi il giorno dopo l’eclissi lunare e navighiamo a un paio di miglia dalla costa con vento in poppa, la navigazione è lunga e i turni al timone son fondamentali. Infagottati nelle mute umide cerchiamo di riposare un pochino durante il cambio, con l’accortezza di lasciare sempre un occhio vigile per le emergenze. In 36 ore recuperiamo tutto il disavanzo accumulato in Liguria coprendo più di 4 trappe.

Oramai siamo in navigazione da parecchi giorni e le nostre azioni cominciano a fare parte di una routine, il nostro agire viene dettato quasi da un automatismo che rende il tutto naturale, come se l’avessimo fatto per una vita. La navigazione è lunga e sotto il sole caldo, se il vento ci abbandona spingiamo la barca con i remi altrimenti ci dedichiamo alla regolazione delle vele e alla conduzione di Banana Joe.
Ci alterniamo in cambi costanti al timone, qualche pagaiata nel pomeriggio per i cambi termici del vento, facciamo tappe in posti bellissimi come l’isola di Ischia oppure il paesino di Erchie, quest’ultimo è una pietra preziosa incastonata tra le alte montagne della costiera amalfitana. Qualche tuffo per rinfrescarsi e tante tante canzoni cantate assieme, Francesco con la sua voce da usignolo e Giacomo invece stonato, ma tanto chi ti sente nel mezzo del mare. Si fischietta e si discute, se il vento lo permette ci si concede un po’ di riposo.
Giunti nei pressi di Acciaroli le condizioni meteo annunciano la presenza di temporali. Visto che i fulmini colpiscono volentieri un palo di alluminio di otto metri in mezzo al mare, decidiamo di fermarci fino che la situazione non ci sembra più tranquilla. Restiamo intrappolati tre giorni prima di partire, paradossalmente ci sentiamo molto più stretta addosso la città di Acciaroli con tutte le sue possibilità che i 2 metri quadrati di barca. Il desiderio e l’impossibilità di riprendere il viaggio crea qualche nervosismo ma viene subito smaltito appena prendiamo il largo alle 4 di mattina di una domenica di luglio.
Questi primi temporali sono solo il segnale di inizio di un’estate che è stata via via sempre più instabile dal punto di vista meteorologico. Nei pomeriggi dei giorni che seguono la tappa di Acciaroli si creavano cumulonembi che si spostavano lungo la costa e ci costringevano a fermarci per evitare di finire arrostiti sotto un fulmine. Nell’alto adriatico questo fenomeno raggiunge il massimo costringendoci a fermarci ogni giorno e di conseguenza riaccendendo l’incertezza dell’arrivo a Trieste.

Da Acciaroli si riparte con l’orecchio più teso, ma si procede sempre nella routine arricchita da qualche pausa temporale. Seguendo questo ritmo ci avviciniamo sempre di più allo stretto di Messina, il passaggio che corona libri epici, personaggio vivo di molte storie di mare, lo attendevamo fin dalla nostra partenza. Affrontarlo con metodo è necessario per non lottare invano contro le imponenti correnti che lo animano, per questo motivo l’obbiettivo è quello di arrivare nei pressi di Scilla la sera prima dell’attraversamento, così da poter iniziare a navigare nello stretto molto presto con corrente a favore.

Un piccolo estratto dal nostro diario di bordo:

“Diario Di Bordo Mercoledì 8 agosto:

Anche oggi, come ieri i venti si mostrano più benevoli del previsto. La tabella di marcia prevede l’attraversamento del golfo di pizzo Calabro e l’arrivo a Tropea.
Salpiamo di buon’ora da Falerna e vediamo in acqua una serie di meduse mica tanto carine.
Il vento previsto e la termica si compongono regalandoci la possibilità di navigare a 5/6 nodi. Alle 11 muore tutto, e alle 13 torna buono da NW.
Schema classico di questi giorni 
🙂
Vista la necessità tattica
di fermarci domani sera a Scilla, abbiamo due opzioni, fare poca strada oggi e poco di più domani o viceversa.
Optiamo per la prima opzione visto che ci permette di arrivare a Tropea verso le 15:00, tappa obbligata della costa Calabra.
Posto incredibile, con l’acqua così trasparente da vedere il fondale fino a 100 metri dalla costa.
Unica pecca é il sovraffollamento delle spiagge, già piccole di loro, che costringe le persone a mettere gli asciugamani a metà nell’acqua.
Tutta questa ressa non ci facilita l’arrivo, dopo due bordi in un’acqua cristallina puntiamo decisi verso l’unico spazio di sabbia, qualcuno preoccupato si sposta con l’ombrellone.
Dopo una manovra pulita e sicura mettiamo Banana Joe in spiaggia e approfittiamo dell’arrivo anticipato per farci un bagno sotto le grotte di Tropea e un giro nella cittadella storica.
Grotte affascinanti, archi di 10 metri scolpiti dal tempo nella friabile roccia arenaria ci sovrastano e creano piacevoli oasi d’ombra. Tra i vicoli stretti con scorci sul mare assaggiamo la ‘nduja e cipolle scambiando due chiacchiere sui segreti della cucina locale.
Speranzosi scrutiamo l’ovest cercando di vedere il sole tramontare in mare nei pressi dello Stromboli, ma la foschia ci copro lo spettacolo.”

CONTINUA…

Giacomo e Francesco Galimberti

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